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Barack Obama: primo discorso da presidente - Prima Parte
5 novembre 2008   

Barack Obama: primo discorso da presidente - Seconda Parte
5 novembre 2008   

CHANGE - Ventesima Puntata -4 giorni
31 ottobre 2008   

CHANGE - Diciannovesima Puntata -5 giorni
30 ottobre 2008   

CHANGE - Diciottesima Puntata -6 giorni
29 ottobre 2008   

CHANGE - Diciassettesima Puntata -7 giorni
28 ottobre 2008   

BARACK OBAMA's OVERSEAS "PHOTO OP" ?!
28 ottobre 2008   

CHANGE - Sedicesima Puntata -8 giorni
27 ottobre 2008   

Incredibile McCain Girl contro Obama Girl
27 ottobre 2008   
Applicate a John McCain le fanciulle supersexy che farebbero qualsiasi cosa per amore del loro candidato di riferimento fanno un po' impressione. Ma a quanto pare Obama Girl ha una nemica.


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Barack Obama - ma-ma song
26 ottobre 2008   


Girls say yes
25 ottobre 2008   
CHANGE - Quindicesima Puntata -11 giorni
24 ottobre 2008   

Rischi Pennsylvania
24 ottobre 2008   

Alla fine non è possibile stabilire se si tratti di superstizione o di analisi. Di fatto, a 10 giorni dal voto, coi sondaggi che, per quanto oscillino in modo dispettoso, continuano ad attestare una situazione favorevole, coi carpentieri che al Grant Park di Chicago montano le strutture del party che vuole essere memorabile, con gli argomenti che sembrano esauriti e i posizionamenti definiti, in assenza di un dirompente fattore di novità - non bastano le telefonate fatte da un computer o gli spot che strombazzano “siamo tutti Joe the Plummer” - insomma sotto un cielo sorridente e con prospettive luminose, sono tanti i democratici in preda a un mugolante nervosismo che evoca sventure, la percezione che i giochi ancora non siano chiusi e che la cocente delusione sia pronta a sbriciolare il piano studiato puntigliosamente da David Axelrod per Barack Obama. Adesso, poi, si è anche individuato il luogo del delitto, il buco nello steccato, la vite allentata nella serratura della stalla da cui i buoi del Gop scapperanno ridendo: Pennsylvania, 21 voti elettorali, gli ultimi vent’anni nella mani dei democratici, Kerry incluso, apparentemente addirittura in doppia cifra di vantaggio per Obama, con oltre un milione di voti in più assegnati dai polls.

Una battaglia vinta, non fosse che la gente di McCain proprio da quelle parti sente l’odore del sangue, e non a caso il senatore dell’Arizona viene tenuto lì, a consumare comizi e a spremere promesse, perché forse uno spiraglio si vede e se si prendesse la Pennsylvania sarebbero parecchi gli Stati che si potrebbero concedere ai democratici, tenendo viva la speranza di vincere, alla fine, l’elezione. E il discorso deve avere una sua attendibilità, se i democratici, ascoltandolo, si rabbuiano, ricordano che nessuno come loro sa suicidarsi politicamente (l’ha detto lo stesso Obama al concerto di Springsteen a NY: “Non sottovalutiamo la nostra capacità di fare cacchiate”). Già, ma perché proprio la Pensylvania? Prima di tutto perché è il posto migliore dove applicare l’avviso recentemente proposto dal politilogo Michael Barone: “Vale la pena notare che solo circa la metà degli americani a cui si chiede di fornire la propria indicazione di voto a un exit poll, accetti di farlo. E viene da pensare che gli entusiastici elettori di Obama siano assai numerosi tra coloro che volentieri accettano di compilare la scheda per un sondaggista”. Osservazione plausibile se proiettata sugli scenari guardinghi delle aree remote di questo Stato, e che si traduce nell’invito a prendere con le molle i numeri troppo clamorosi. Perchè la Pennsylvania è anche lo Stato che ha catalizzato alcuni importanti problemi di comunicazione del candidato Obama con l’elettorato.

E’ qui che Barack ha commesso la peggiore gaffe della sua campagna, identificando la base operaia dello Stato con una moltitudine scontenta e troppo innamorata di Dio e delle pistole. E’ qui che il venerabile veterano John Murtha, democratico col vezzo di spararle grosse (anche Biden arriva da qua: segno che il machismo del discorso va per la maggiore tra i politici dello Stato), almeno un paio di volte ha provato maldestramente a proteggere Obama, in sostanza dando a sua volta  dei “razzisti” agli indigeni. E’ qui che personalità come Rick Santorum e Arlen Specter godono di formidabile popolarità e d’una capacità di connessione con la base di cui McCain non ha approfittato abbastanza - ma forse non è ancora troppo tardi. E’ qui che lo snobismo harvardiano di Obama può tornare a diventare un argomento devastante, anche all’ultimo momento, se efficacemente denunciato in sinergia con argomenti semplici e tangibili, tipo la prospettiva di ridar vita alla locale, gloriosa, oggi smunta industria manufatturiera. E qui che lavorando di spot televisivi cattivi e aggressivi, nonché di promesse allettanti, si possono provocare sospirati voltafaccia dell’ultim’ora.

E’ qui che Obama potrebbe perdere voti guadagnati senza troppa convinzione, magari sottovalutando gli effetti di quell’appello religioso che nelle zone rurali dello Stato potrebbe ancora fare il miracolo. Ci sono precedenti: basta consultare gli annuari politici per vedere come in Pennsylvania le cose cambino drammaticamente anche all’ultimo momento. I democratici lo sanno, e non si fidano. Anche Obama, che qui solo ultimamente - allorché ha chiarito i suoi argomenti e ha di molto alleggerito l’impatto retorico dei suoi discorsi - ha cominciato a raccogliere tangibili successi, anche Obama sente l’importanza di questa pr
ova e le insidie che nasconde. Che poi, in certa misura, tornano a intrecciarsi con l’incognita-razza, col peso segretamente destabilizzante che il colore della sua pelle può (o non può) avere il giorno delle urne. La consapevolezza del candidato democratico di fronte a questo scenario s’intravede anche andando indietro di 8 mesi, al marzo scorso. Allorché, inchiodato alle sue responsabilità in quanto amico e seguace del reverendo Jeremiah Wright, per vent’anni pastore della sua famiglia nel South Side di Chicago, Obama,  per pronunciare il miglior discorso della campagna, quello in cui chiedeva agli americani di sentirsi orgogliosamente un popolo adulto e di confrontarsi con la macchia del razzismo, scelse proprio Philadelphia. Che è una metropoli dalla complicata composizione sociale, stratificata, strana. Un vero “melting pot” come si diceva anni addietro. Cose nelle quali Obama si specchia, di cui è lui stesso il prodotto: il minestrone multiculturale della vecchia costa orientale. Dal quale, a un passo dal traguardo, Obama si augura di non essere tradito. Malgrado gli insinuanti sospetti nei suoi confronti, che potrebbero ancora spuntare dalle zone più rognose di questo Stato.

Stefano Pistolini
Il Foglio

The Barack Obama Song
24 ottobre 2008   


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CHANGE - Quattordicesima Puntata -12 giorni
23 ottobre 2008   

Fosse stato bianco
23 ottobre 2008   

“Fosse stato bianco, saremmo in presenza d’una vittoria a valanga”. Lui è Barack Obama, comunque ampiamente in testa ai polls per la Casa Bianca a 12 giorni dal voto. A parlare è Harold Ickes, ex-consulente di Jesse Jackson e Ted Kennedy nei loro tentativi di nomination e nello staff di Hillary Clinton in occasione delle primarie del disastro. Il discorso riassume quel filo di percettibile inquietudine che rovina i sonni dei sostenitori del senatore dell’Illinois, anche quando i numeri lo collocano a un’incollatura dal traguardo. Perché di fatto lo scenario presenta una ridda di fattori in favore del trionfo di Obama. La crisi economica, lo scontento anti-Bush, le difficoltà di McCain nel distanziarsi dall’amministrazione uscente, l’anagrafe del candidato repubblicano, il suo confuso posizionamento religioso, lo scetticismo che circonda Sarah Palin, la scarsa efficacia della campagna negativa a cui il ticket del Gop si è aggrappato, la relativa insofferenza del pubblico, lo svantaggio quanto a quattrini disponibili e, più d’ogni altra cosa, la sensazione che più che mai sia ora di cambiare aria alle stanze, che il passaggio di testimone sia cosa giusta, addirittura raccomandabile per riallineare gli arsenali teorici. Una sconfitta messa in conto dai conservatori, al punto da far pensare che la nomination di un onorato veterano a fine carriera come McCain equivalesse all’individuazione del buon perdente, lasciando strada all’annunciato ritorno della famiglia Clinton.

Poi il fenomeno-Obama ha assunto dimensioni impreviste, travolgendo previsioni ed emozioni dell’America 2008, scrivendo una memorabile parabola passionale e intrecciandosi a questo momento della storia nazionale, fatto di dubbio, incertezza, scontento. Una congiuntura che ha reso possibile  l’ascesa dell’afroamericano che solo in modo lieve viene percepito come tale, a riprova dei passi da gigante comunque mossi da questa società. E poi  il dispiegarsi della recente capacità programmatica di Obama, che storicizza il periodo “passionale”, quello lincolniano della “casa riunita”, e offre fondamenta attendibili alla sua proposta: quest’uomo nero non spaventa i bambini, i suoi piani sono comprensibili, se ne può parlare, anche se ultimamente tra gli avversari va di moda etichettarlo come socialista, comunista, cubano (e dire “socialista” nel vecchio gergo di Hoover equivale spesso a dire “nero e pericoloso” ).

Il fatto è che, nel suo finale questa elezione sta diventando una vicenda logica, col concorso degli eventi che parallelamente agitano la realtà, con la  tenuta del personaggio protagonista, con la relativa incoerenza degli avversari. Eppure, a dispetto dei sondaggi e del magic number a portata di mano, i timori non riescono a dissiparsi e l’inquietudine è in sospensione.

Già: se Obama non fosse nero. Se non esistesse un discorso evitato (o scompostamente evocato, come ha fatto John Lewis agitando il fantasma di George Wallace) sui pregiudizi razziali, e sulla riluttanza ad ammetterli, tanto più a un sondaggista. Se non ci fosse l’abitudine degli staff a calcolare  i residui di quel Bradley effect che nell’82 mandò sconfitto per il posto di governatore della California il sindaco di LA, contraddicendo i polls, perché un esercito di elettori diedero un’indicazione ingannevole sulle loro intenzioni di voto. Quale può essere, 26 anni dopo, l’influsso di un’ipocrisia del genere? Quanto peserà il 4 novembre? Nessuno sa dare risposte certe: nè i sondaggisti, nè gli indagatori del costume del Pew Institute: un prezzo ci sarà, potrebbe attestarsi pessimisticamente al 6 percento, oppure essere più leggero, sulla base delle contingenze che tutto sommato consiglieranno molti “resistenti” a privilegiare la leadership di Obama rispetto alle proprie avversioni razziali. Altrimenti che bisogno c’è di mascherarsi, basta votare per l’avversario, l’alternativa esiste, questo non è un referendum su Obama. Oppure sì - e la prospettiva è inquietante: perchè nella sana regola delle alternanze, l’avvento di un buon candidato democratico stavolta sembrerebbe naturale. Però manderebbe alla Casa Bianca un presidente che non somiglia agli altri effigiati sui dollari. E nessuno può offrire certezze al riguardo. Perchè Obama la vittoria Obama se l’è meritata. La sua campagna è stata magnificamente orchestrata da un esperto delle aspirazioni dei politici afroamericani come David Axelrod, stratega che ha saputo vendere numerosi candidati neri ad elettorati bianchi e che ha detto a Obama che il momento buono per la grande scommessa era il 2008, perché più tardi la congiuntura non sarebbe stata altrettanto favorevole. E ci sono un esercito di autorevoli supporter a garanzia, c’è la maggioranza dei giornali che lo sponsorizzano, c’è lo stato dell’arte nell’ottimizzazione di Internet come social network. Tutto previsto, organizzato, omogeneizzato, reso allettante e digeribile. Obama ha argomenti, mestiere e fascino. Allora perché continuare ad avere paura? Oppure la postmoderna paura è l’unica valvola di sfogo della sensazione che da qualche parte, nella società americana, esista ancora un ordigno inesploso, forse disinnescato dagli effetti del tempo, o forse ancora intatto e capace di produrre danni incalcolabili. In queste ore trema l’economia reale, ma trema anche la politica americana: se la sua curva di sviluppo dovesse impigliarsi in un irrazionale dato d’intolleranza, se l’idraulico Joe in effetti non avesse pubblicamente confessato il vero motivo della sua irritazione verso il candidato nero, se l’America condannasse Obama nascondendo la mano, s’aprirebbe una voragine drammatica. Non viene in mente nulla che questa voragine potrebbe riempirla in tempi brevi.
Le ultime notizie danno Obama che sta coreografando, in questo drammatico momento della corsa elettorale, una visita alla nonna malata alle Hawaii, abbandonando la campagna. In trasparenza s’intravede la nuova provocazione di Axelrod, che suona così: tutto ciò che andava fatto e detto è stato fatto e detto. Ora tocca all’America comprendere, scegliere e agire. Dopo aver fatto un profondo esame di coscienza.

Stefano Pistolini
Il Foglio

"I Got a Crush...On Obama" By Obama Girl
23 ottobre 2008   


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CHANGE - Tredicesima Puntata -13 giorni
22 ottobre 2008   

CHANGE - Dodicesima Puntata -14 giorni
21 ottobre 2008   

Obama icona gay
21 ottobre 2008   

CHANGE - Undicesima Puntata -15 giorni
20 ottobre 2008   

CHANGE - Decima Puntata -18 giorni
17 ottobre 2008   

Joe Wurzelbacker
17 ottobre 2008   
Adesso che ha un nome e un cognome - Joe Wurzelbacker, di Toledo Ohio, da stanotte noto come Joe the Plummer, Gino l’idraulico – la sterminata America di mezzo, quella della brava gente che lavora, è leggermente più tranquilla, perfino un po’ più di buonumore, in questi tempi d’incertezza. L’invocazione reiterata, che nel corso dell’ultimo dibattito presidenziale prima McCain e poi Obama hanno rivolto all’uomo qualunque - che adesso ha una faccia e un’attitudine, e il tutto stereotipato ma descrittivo al punto da farne un successo istantaneo – dimostrano che i politici che si battono per il comando sanno perfettamente di chi si devono occupare, per evitare che il paese vada a rotoli.

Joe è diventata la star inattesa della politica Usa nel momento cruciale che coincide con la vigilia del voto per la Casa Bianca e con la scelta tra Trust e Change, tra il mandato di fiducia all’americano-vero John McCain e alla sua deriva liberista, e il rischio-Obama, con le progettualità del candidato democratico che pongono la sinergia Stato-cittadino al centro del ricambio di sistema. Joe di Toledo faceva già capolino da qualche giorno sui blog conservatori, emblema del grande dubbio a cui McCain fa spesso riferimento nei suoi ammiccamenti alla classe media, a quei milioni di “my friends” a cui parla sottovoce e in un codice da bancone del diner. Joe era l’omaccione calvo e robusto, sudato e sfrontato che il un filmato-tv si confrontava senza timori con Obama nel corso di un’apparizione pubblica del senatore, chiedendo chiarimenti sul suo piano fiscale in caso di sbarco alla Casa Bianca. Ebbene, nella sera dell’ultimo dibattito, McCain e Obama si sono litigati le attenzioni di Joe e della sua minuscola, gracile ditta di idraulica: chi è il suo vero amico? Chi lo proteggerà meglio? Chi fa in modo che il suo sogno diventi americanamente realtà? Il vero Joe, nel frattempo, era già stato individuato dai grandi media: Neil Cavuto di FoxNews l’ha invitato al suo show, e lì lui ha confessato che la conversazione con Obama non era stata per niente convincente, che il candidato democratico aveva provato a spiegargli che se il suo sogno diventava realtà, anche quello dei suoi dipendenti doveva avere lo stesso diritto, gli aveva parlato di ridistribuzione del benssere e questo alle sue orecchie era suonato come una specie di socialismo - e che diavolo ha a che fare il socialismo con gli Stati Uniti d’America? Alla fine ha confessato che neppure McCain gli sembrava granchè rassicurante e che se c’era qualcosa in cui non smetteva di credere, la sua autentica religione, era proprio l’American Dream, nonché il suo unico comandamento: “Datti da fare e avrai tutto ciò che vuoi”.

La Small Business Administration fa sapere che i Joe Wurzelbacker d’America sono sei milioni, piccoli imprenditori con bilancio annuale sotto i centomila dollari che utilizzano un numero ridottissimo di dipendenti e collaboratori, per aggiustare i tubi della cucina o per rifarti l’impianto elettrico. Una classe lavoratrice postindustriale che attinge a piene mani all’immigrazione clandestina e che alla fine abbraccia una ventina di milioni di nuclei familiari e svariate decine di milioni di potenziali elettori, iscrivibili alle liste di prima necessità sociale, se si guarda alla labilità della loro posizione e alle difficoltà che incontrano nell’accesso al credito e alle opportunità. Gente più vicina all’incubo che al sogno, gente che non aveva bisogno di sentirsi dire dai media che il tempo dello shopping spree è archiviato, gente che la crisi dei subprime non se la deve far spiegare perché ha già provveduto il funzionario di banca, gente che né Oprah, né Rush Limbaugh riesce a incanalare in un flusso d’opinione perché ormai ha cinicamente imparato a contivare il disprezzo della politica. Di gran lunga la migliore intenzione di Sarah Palin durante la sua fulminante parabola è stata l’invocazione di Joe SixPack, il connazionale pieno di preoccupazioni, indifferente alla grande informazione (ma sensibile alle cronache della contea), che oggi si sente stanco e spaventato per la sua famiglia. Ma sempre pronto a ripartire, perché l’energia non gli manca, sono le motivazioni a scarseggiare. Ieri, dando una faccia e perfino un’evidente traspirazione a Joe Wurzelbacker, McCain e Obama hanno convocato tutti i Joe d’America. Va restaurato il rapporto tra loro e Washington. Nessun rinvio consentito. Nel frattempo Joe stappa la birra, toglie il volume alla tv, guarda dalla finestra e decide a chi affidare il suo inestinguibile amore per quel posto, non fosse che da un po’ di tempo tutto va così storto. 

Stefano Pistolini
Il Foglio

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