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CHANGE - Diciottesima Puntata -6 giorni
29 ottobre 2008   

CHANGE - Diciassettesima Puntata -7 giorni
28 ottobre 2008   

Fosse stato bianco
23 ottobre 2008   

“Fosse stato bianco, saremmo in presenza d’una vittoria a valanga”. Lui è Barack Obama, comunque ampiamente in testa ai polls per la Casa Bianca a 12 giorni dal voto. A parlare è Harold Ickes, ex-consulente di Jesse Jackson e Ted Kennedy nei loro tentativi di nomination e nello staff di Hillary Clinton in occasione delle primarie del disastro. Il discorso riassume quel filo di percettibile inquietudine che rovina i sonni dei sostenitori del senatore dell’Illinois, anche quando i numeri lo collocano a un’incollatura dal traguardo. Perché di fatto lo scenario presenta una ridda di fattori in favore del trionfo di Obama. La crisi economica, lo scontento anti-Bush, le difficoltà di McCain nel distanziarsi dall’amministrazione uscente, l’anagrafe del candidato repubblicano, il suo confuso posizionamento religioso, lo scetticismo che circonda Sarah Palin, la scarsa efficacia della campagna negativa a cui il ticket del Gop si è aggrappato, la relativa insofferenza del pubblico, lo svantaggio quanto a quattrini disponibili e, più d’ogni altra cosa, la sensazione che più che mai sia ora di cambiare aria alle stanze, che il passaggio di testimone sia cosa giusta, addirittura raccomandabile per riallineare gli arsenali teorici. Una sconfitta messa in conto dai conservatori, al punto da far pensare che la nomination di un onorato veterano a fine carriera come McCain equivalesse all’individuazione del buon perdente, lasciando strada all’annunciato ritorno della famiglia Clinton.

Poi il fenomeno-Obama ha assunto dimensioni impreviste, travolgendo previsioni ed emozioni dell’America 2008, scrivendo una memorabile parabola passionale e intrecciandosi a questo momento della storia nazionale, fatto di dubbio, incertezza, scontento. Una congiuntura che ha reso possibile  l’ascesa dell’afroamericano che solo in modo lieve viene percepito come tale, a riprova dei passi da gigante comunque mossi da questa società. E poi  il dispiegarsi della recente capacità programmatica di Obama, che storicizza il periodo “passionale”, quello lincolniano della “casa riunita”, e offre fondamenta attendibili alla sua proposta: quest’uomo nero non spaventa i bambini, i suoi piani sono comprensibili, se ne può parlare, anche se ultimamente tra gli avversari va di moda etichettarlo come socialista, comunista, cubano (e dire “socialista” nel vecchio gergo di Hoover equivale spesso a dire “nero e pericoloso” ).

Il fatto è che, nel suo finale questa elezione sta diventando una vicenda logica, col concorso degli eventi che parallelamente agitano la realtà, con la  tenuta del personaggio protagonista, con la relativa incoerenza degli avversari. Eppure, a dispetto dei sondaggi e del magic number a portata di mano, i timori non riescono a dissiparsi e l’inquietudine è in sospensione.

Già: se Obama non fosse nero. Se non esistesse un discorso evitato (o scompostamente evocato, come ha fatto John Lewis agitando il fantasma di George Wallace) sui pregiudizi razziali, e sulla riluttanza ad ammetterli, tanto più a un sondaggista. Se non ci fosse l’abitudine degli staff a calcolare  i residui di quel Bradley effect che nell’82 mandò sconfitto per il posto di governatore della California il sindaco di LA, contraddicendo i polls, perché un esercito di elettori diedero un’indicazione ingannevole sulle loro intenzioni di voto. Quale può essere, 26 anni dopo, l’influsso di un’ipocrisia del genere? Quanto peserà il 4 novembre? Nessuno sa dare risposte certe: nè i sondaggisti, nè gli indagatori del costume del Pew Institute: un prezzo ci sarà, potrebbe attestarsi pessimisticamente al 6 percento, oppure essere più leggero, sulla base delle contingenze che tutto sommato consiglieranno molti “resistenti” a privilegiare la leadership di Obama rispetto alle proprie avversioni razziali. Altrimenti che bisogno c’è di mascherarsi, basta votare per l’avversario, l’alternativa esiste, questo non è un referendum su Obama. Oppure sì - e la prospettiva è inquietante: perchè nella sana regola delle alternanze, l’avvento di un buon candidato democratico stavolta sembrerebbe naturale. Però manderebbe alla Casa Bianca un presidente che non somiglia agli altri effigiati sui dollari. E nessuno può offrire certezze al riguardo. Perchè Obama la vittoria Obama se l’è meritata. La sua campagna è stata magnificamente orchestrata da un esperto delle aspirazioni dei politici afroamericani come David Axelrod, stratega che ha saputo vendere numerosi candidati neri ad elettorati bianchi e che ha detto a Obama che il momento buono per la grande scommessa era il 2008, perché più tardi la congiuntura non sarebbe stata altrettanto favorevole. E ci sono un esercito di autorevoli supporter a garanzia, c’è la maggioranza dei giornali che lo sponsorizzano, c’è lo stato dell’arte nell’ottimizzazione di Internet come social network. Tutto previsto, organizzato, omogeneizzato, reso allettante e digeribile. Obama ha argomenti, mestiere e fascino. Allora perché continuare ad avere paura? Oppure la postmoderna paura è l’unica valvola di sfogo della sensazione che da qualche parte, nella società americana, esista ancora un ordigno inesploso, forse disinnescato dagli effetti del tempo, o forse ancora intatto e capace di produrre danni incalcolabili. In queste ore trema l’economia reale, ma trema anche la politica americana: se la sua curva di sviluppo dovesse impigliarsi in un irrazionale dato d’intolleranza, se l’idraulico Joe in effetti non avesse pubblicamente confessato il vero motivo della sua irritazione verso il candidato nero, se l’America condannasse Obama nascondendo la mano, s’aprirebbe una voragine drammatica. Non viene in mente nulla che questa voragine potrebbe riempirla in tempi brevi.
Le ultime notizie danno Obama che sta coreografando, in questo drammatico momento della corsa elettorale, una visita alla nonna malata alle Hawaii, abbandonando la campagna. In trasparenza s’intravede la nuova provocazione di Axelrod, che suona così: tutto ciò che andava fatto e detto è stato fatto e detto. Ora tocca all’America comprendere, scegliere e agire. Dopo aver fatto un profondo esame di coscienza.

Stefano Pistolini
Il Foglio

CHANGE - Settima Puntata -21 giorni
14 ottobre 2008   

La fine del sogno
13 ottobre 2008   
C’è stato un Washington, un Roosevelt, adesso può esserci un... Obama. Un pezzo d’America tiene il fiato sospeso, per vedere come va a finire. L’elezione del primo presidente nero ormai è più che possibile, e il personaggio-Obama porta con sè uno stile che l’associa al miglior concetto d’evoluzione culturale americana. E comunque ci si collochi politicamente, se Obama entrerà alla Casa Bianca, la nazione avrà sistemato uno dei conti aperti più spinosi con la Storia, riconnettendosi a quel progetto di “progresso americano“che il procedimento della schiavitù, e il conseguente choc socioculturale, avevano compromesso. La vittoria di Obama avrebbe un significato di “frontiera”, nel senso pionieristico del termine: qualsiasi giudizio si dia di lui politicamente, l’attuazione nei suoi confronti di una delega come la presidenza equivarrebbe a una riconciliazione, a un superamento, a una maturità dimostrata. Una magnificenza che dovrebbe far gioire, su base bipartisan, gli americani che hanno l’ardore di proclamarsi “veri”. Gli afroamericani, parte del progetto fin dalla fondazione, raggiungerebbero così una rappresentanza che dà voce alla giustizia e all’orgoglio, per continuare a marciare verso il destino manifesto, secondo le virtù di questo popolo e delle sue istituzioni, nel nome della  missione costituzionale e nella prospettiva di rimodellare il mondo a propria immagine.

Un quadro entusiasmante, non fosse che in coincidenza con la vigilia di questo potenziale evento, ne va in scena un altro, del tutto diverso: una crisi economica, uno tsunami finanziario di tali dimensioni da non permettere previsioni, ma da suggerire l’avvento - forse già operativo al di là della nostra consapevolezza - di un nuovo ordine geopolitico. Il tema è enorme, nucleo di un futuro dibattito che sconfinerà in una guerra culturale. Ma una contraddizione fin d’ora salta all’occhio: la restaurazione del sogno americano, a cui Obama ha ispirato la sua campagna elettorale - presentata come frutto di un’ispirazione: il desiderio di offrire a coloro che sono “figli” nell’America d’oggi, le stesse opportunità di successo di cui hanno disposto tante generazioni di padri - potrebbe essere una promessa impossibile, dal momento che l’America che si consegna a un Obama presidente non conterrebbe più in sè alcune prerogative indispensabili per concretizzare quel genere di sogno. L’interrogativo che ne discende, nelle due varianti possibili - ovvero visto dall’interno, dagli americani stessi, o dall’esterno - è drammatico, sconcertante, destabilizzante: siamo vicini al momento in cui sarà legittimo parlare di normalizzazione del ruolo planetario dell’America? Andrà in scena, nei primi decenni del XXi secolo, una retrocessione degli Stati Uniti dal posto di comando, in una condizione di gracilità e dubbio nella quale le dinamiche fondanti del paese andrebbero riviste, al punto da produrre sensazioni di caos, spaesamento e perfino sconfitta? E cosa può rappresentare, in questa nuova condizione a causa della quale i cittadini assaggeranno pessimismo se non panico, incertezza se non sconforto (qualcosa che ha precedenti nel ‘29, ma che adesso ha tinte più acri) cosa può significare l’eco di quell’eredità straordinaria infusa nella maggioranza degli americani, ovvero la fortuna d’essere nati qui, d’essere parte della città sulla collina, membri di una comunità che si credeva virtuosa e si scopre fallace? Quali destabilizzazioni erediterebbe l’americano nuovo che sedesse alla Casa Bianca? Thomas Paine nel 1776 scriveva: “ È in nostro potere ricominciare il mondo da capo”. Lincoln e i suoi successori hanno blindato il fattore divino - in terra - dell’americanità.



Ma Obama può essere, fatalmente, l’uomo destinato non a segnare l’inizio di una rinascita, ma la fine di un’illusione. Il jeffersoniano "impero per la libertà" del grande Occidente, una volta che la crisi avrà consumato i suoi incendi, s’interrogherà sulla  caducità delle proprie meccaniche, sull’ingannevolezza dei suoi obiettivi, sulla fragilità delle fondamenta. Il meltdown, il declino della potenza americana, lo spreco delle occasioni, la pressione dei nuovi equilibri, la programmazione di un simile disastro, sono corredo del passaggio di testimone tra Bush e il successore. Se costui sarà Obama, l’uomo dei sogni e il cantore della “casa riunita”, il sapore della beffa per tanti - coloro sensibili proprio alla “teoria” dell’opportunità americana - sarà insopportabile, e aprirà una crisi questa volta tutta spirituale. Se la conseguenza, poi, sarà il riaffiorare d’uno splendido isolamento o un ripensamento radicale del sistema d’oltre Atlantico, è uno degli interrogativi più spericolati e splendidi oggi in circolo.

Stefano Pistolini
Il Foglio

CHANGE - Prima puntata - Prima Parte -29 giorni
6 ottobre 2008   

CHANGE - Prima puntata - Seconda Parte -29 giorni
6 ottobre 2008   

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