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Fosse stato bianco
23 ottobre 2008   

“Fosse stato bianco, saremmo in presenza d’una vittoria a valanga”. Lui è Barack Obama, comunque ampiamente in testa ai polls per la Casa Bianca a 12 giorni dal voto. A parlare è Harold Ickes, ex-consulente di Jesse Jackson e Ted Kennedy nei loro tentativi di nomination e nello staff di Hillary Clinton in occasione delle primarie del disastro. Il discorso riassume quel filo di percettibile inquietudine che rovina i sonni dei sostenitori del senatore dell’Illinois, anche quando i numeri lo collocano a un’incollatura dal traguardo. Perché di fatto lo scenario presenta una ridda di fattori in favore del trionfo di Obama. La crisi economica, lo scontento anti-Bush, le difficoltà di McCain nel distanziarsi dall’amministrazione uscente, l’anagrafe del candidato repubblicano, il suo confuso posizionamento religioso, lo scetticismo che circonda Sarah Palin, la scarsa efficacia della campagna negativa a cui il ticket del Gop si è aggrappato, la relativa insofferenza del pubblico, lo svantaggio quanto a quattrini disponibili e, più d’ogni altra cosa, la sensazione che più che mai sia ora di cambiare aria alle stanze, che il passaggio di testimone sia cosa giusta, addirittura raccomandabile per riallineare gli arsenali teorici. Una sconfitta messa in conto dai conservatori, al punto da far pensare che la nomination di un onorato veterano a fine carriera come McCain equivalesse all’individuazione del buon perdente, lasciando strada all’annunciato ritorno della famiglia Clinton.

Poi il fenomeno-Obama ha assunto dimensioni impreviste, travolgendo previsioni ed emozioni dell’America 2008, scrivendo una memorabile parabola passionale e intrecciandosi a questo momento della storia nazionale, fatto di dubbio, incertezza, scontento. Una congiuntura che ha reso possibile  l’ascesa dell’afroamericano che solo in modo lieve viene percepito come tale, a riprova dei passi da gigante comunque mossi da questa società. E poi  il dispiegarsi della recente capacità programmatica di Obama, che storicizza il periodo “passionale”, quello lincolniano della “casa riunita”, e offre fondamenta attendibili alla sua proposta: quest’uomo nero non spaventa i bambini, i suoi piani sono comprensibili, se ne può parlare, anche se ultimamente tra gli avversari va di moda etichettarlo come socialista, comunista, cubano (e dire “socialista” nel vecchio gergo di Hoover equivale spesso a dire “nero e pericoloso” ).

Il fatto è che, nel suo finale questa elezione sta diventando una vicenda logica, col concorso degli eventi che parallelamente agitano la realtà, con la  tenuta del personaggio protagonista, con la relativa incoerenza degli avversari. Eppure, a dispetto dei sondaggi e del magic number a portata di mano, i timori non riescono a dissiparsi e l’inquietudine è in sospensione.

Già: se Obama non fosse nero. Se non esistesse un discorso evitato (o scompostamente evocato, come ha fatto John Lewis agitando il fantasma di George Wallace) sui pregiudizi razziali, e sulla riluttanza ad ammetterli, tanto più a un sondaggista. Se non ci fosse l’abitudine degli staff a calcolare  i residui di quel Bradley effect che nell’82 mandò sconfitto per il posto di governatore della California il sindaco di LA, contraddicendo i polls, perché un esercito di elettori diedero un’indicazione ingannevole sulle loro intenzioni di voto. Quale può essere, 26 anni dopo, l’influsso di un’ipocrisia del genere? Quanto peserà il 4 novembre? Nessuno sa dare risposte certe: nè i sondaggisti, nè gli indagatori del costume del Pew Institute: un prezzo ci sarà, potrebbe attestarsi pessimisticamente al 6 percento, oppure essere più leggero, sulla base delle contingenze che tutto sommato consiglieranno molti “resistenti” a privilegiare la leadership di Obama rispetto alle proprie avversioni razziali. Altrimenti che bisogno c’è di mascherarsi, basta votare per l’avversario, l’alternativa esiste, questo non è un referendum su Obama. Oppure sì - e la prospettiva è inquietante: perchè nella sana regola delle alternanze, l’avvento di un buon candidato democratico stavolta sembrerebbe naturale. Però manderebbe alla Casa Bianca un presidente che non somiglia agli altri effigiati sui dollari. E nessuno può offrire certezze al riguardo. Perchè Obama la vittoria Obama se l’è meritata. La sua campagna è stata magnificamente orchestrata da un esperto delle aspirazioni dei politici afroamericani come David Axelrod, stratega che ha saputo vendere numerosi candidati neri ad elettorati bianchi e che ha detto a Obama che il momento buono per la grande scommessa era il 2008, perché più tardi la congiuntura non sarebbe stata altrettanto favorevole. E ci sono un esercito di autorevoli supporter a garanzia, c’è la maggioranza dei giornali che lo sponsorizzano, c’è lo stato dell’arte nell’ottimizzazione di Internet come social network. Tutto previsto, organizzato, omogeneizzato, reso allettante e digeribile. Obama ha argomenti, mestiere e fascino. Allora perché continuare ad avere paura? Oppure la postmoderna paura è l’unica valvola di sfogo della sensazione che da qualche parte, nella società americana, esista ancora un ordigno inesploso, forse disinnescato dagli effetti del tempo, o forse ancora intatto e capace di produrre danni incalcolabili. In queste ore trema l’economia reale, ma trema anche la politica americana: se la sua curva di sviluppo dovesse impigliarsi in un irrazionale dato d’intolleranza, se l’idraulico Joe in effetti non avesse pubblicamente confessato il vero motivo della sua irritazione verso il candidato nero, se l’America condannasse Obama nascondendo la mano, s’aprirebbe una voragine drammatica. Non viene in mente nulla che questa voragine potrebbe riempirla in tempi brevi.
Le ultime notizie danno Obama che sta coreografando, in questo drammatico momento della corsa elettorale, una visita alla nonna malata alle Hawaii, abbandonando la campagna. In trasparenza s’intravede la nuova provocazione di Axelrod, che suona così: tutto ciò che andava fatto e detto è stato fatto e detto. Ora tocca all’America comprendere, scegliere e agire. Dopo aver fatto un profondo esame di coscienza.

Stefano Pistolini
Il Foglio

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