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CHANGE - Diciassettesima Puntata -7 giorni
28 ottobre 2008   

Rischi Pennsylvania
24 ottobre 2008   

Alla fine non è possibile stabilire se si tratti di superstizione o di analisi. Di fatto, a 10 giorni dal voto, coi sondaggi che, per quanto oscillino in modo dispettoso, continuano ad attestare una situazione favorevole, coi carpentieri che al Grant Park di Chicago montano le strutture del party che vuole essere memorabile, con gli argomenti che sembrano esauriti e i posizionamenti definiti, in assenza di un dirompente fattore di novità - non bastano le telefonate fatte da un computer o gli spot che strombazzano “siamo tutti Joe the Plummer” - insomma sotto un cielo sorridente e con prospettive luminose, sono tanti i democratici in preda a un mugolante nervosismo che evoca sventure, la percezione che i giochi ancora non siano chiusi e che la cocente delusione sia pronta a sbriciolare il piano studiato puntigliosamente da David Axelrod per Barack Obama. Adesso, poi, si è anche individuato il luogo del delitto, il buco nello steccato, la vite allentata nella serratura della stalla da cui i buoi del Gop scapperanno ridendo: Pennsylvania, 21 voti elettorali, gli ultimi vent’anni nella mani dei democratici, Kerry incluso, apparentemente addirittura in doppia cifra di vantaggio per Obama, con oltre un milione di voti in più assegnati dai polls.

Una battaglia vinta, non fosse che la gente di McCain proprio da quelle parti sente l’odore del sangue, e non a caso il senatore dell’Arizona viene tenuto lì, a consumare comizi e a spremere promesse, perché forse uno spiraglio si vede e se si prendesse la Pennsylvania sarebbero parecchi gli Stati che si potrebbero concedere ai democratici, tenendo viva la speranza di vincere, alla fine, l’elezione. E il discorso deve avere una sua attendibilità, se i democratici, ascoltandolo, si rabbuiano, ricordano che nessuno come loro sa suicidarsi politicamente (l’ha detto lo stesso Obama al concerto di Springsteen a NY: “Non sottovalutiamo la nostra capacità di fare cacchiate”). Già, ma perché proprio la Pensylvania? Prima di tutto perché è il posto migliore dove applicare l’avviso recentemente proposto dal politilogo Michael Barone: “Vale la pena notare che solo circa la metà degli americani a cui si chiede di fornire la propria indicazione di voto a un exit poll, accetti di farlo. E viene da pensare che gli entusiastici elettori di Obama siano assai numerosi tra coloro che volentieri accettano di compilare la scheda per un sondaggista”. Osservazione plausibile se proiettata sugli scenari guardinghi delle aree remote di questo Stato, e che si traduce nell’invito a prendere con le molle i numeri troppo clamorosi. Perchè la Pennsylvania è anche lo Stato che ha catalizzato alcuni importanti problemi di comunicazione del candidato Obama con l’elettorato.

E’ qui che Barack ha commesso la peggiore gaffe della sua campagna, identificando la base operaia dello Stato con una moltitudine scontenta e troppo innamorata di Dio e delle pistole. E’ qui che il venerabile veterano John Murtha, democratico col vezzo di spararle grosse (anche Biden arriva da qua: segno che il machismo del discorso va per la maggiore tra i politici dello Stato), almeno un paio di volte ha provato maldestramente a proteggere Obama, in sostanza dando a sua volta  dei “razzisti” agli indigeni. E’ qui che personalità come Rick Santorum e Arlen Specter godono di formidabile popolarità e d’una capacità di connessione con la base di cui McCain non ha approfittato abbastanza - ma forse non è ancora troppo tardi. E’ qui che lo snobismo harvardiano di Obama può tornare a diventare un argomento devastante, anche all’ultimo momento, se efficacemente denunciato in sinergia con argomenti semplici e tangibili, tipo la prospettiva di ridar vita alla locale, gloriosa, oggi smunta industria manufatturiera. E qui che lavorando di spot televisivi cattivi e aggressivi, nonché di promesse allettanti, si possono provocare sospirati voltafaccia dell’ultim’ora.

E’ qui che Obama potrebbe perdere voti guadagnati senza troppa convinzione, magari sottovalutando gli effetti di quell’appello religioso che nelle zone rurali dello Stato potrebbe ancora fare il miracolo. Ci sono precedenti: basta consultare gli annuari politici per vedere come in Pennsylvania le cose cambino drammaticamente anche all’ultimo momento. I democratici lo sanno, e non si fidano. Anche Obama, che qui solo ultimamente - allorché ha chiarito i suoi argomenti e ha di molto alleggerito l’impatto retorico dei suoi discorsi - ha cominciato a raccogliere tangibili successi, anche Obama sente l’importanza di questa pr
ova e le insidie che nasconde. Che poi, in certa misura, tornano a intrecciarsi con l’incognita-razza, col peso segretamente destabilizzante che il colore della sua pelle può (o non può) avere il giorno delle urne. La consapevolezza del candidato democratico di fronte a questo scenario s’intravede anche andando indietro di 8 mesi, al marzo scorso. Allorché, inchiodato alle sue responsabilità in quanto amico e seguace del reverendo Jeremiah Wright, per vent’anni pastore della sua famiglia nel South Side di Chicago, Obama,  per pronunciare il miglior discorso della campagna, quello in cui chiedeva agli americani di sentirsi orgogliosamente un popolo adulto e di confrontarsi con la macchia del razzismo, scelse proprio Philadelphia. Che è una metropoli dalla complicata composizione sociale, stratificata, strana. Un vero “melting pot” come si diceva anni addietro. Cose nelle quali Obama si specchia, di cui è lui stesso il prodotto: il minestrone multiculturale della vecchia costa orientale. Dal quale, a un passo dal traguardo, Obama si augura di non essere tradito. Malgrado gli insinuanti sospetti nei suoi confronti, che potrebbero ancora spuntare dalle zone più rognose di questo Stato.

Stefano Pistolini
Il Foglio

Fosse stato bianco
23 ottobre 2008   

“Fosse stato bianco, saremmo in presenza d’una vittoria a valanga”. Lui è Barack Obama, comunque ampiamente in testa ai polls per la Casa Bianca a 12 giorni dal voto. A parlare è Harold Ickes, ex-consulente di Jesse Jackson e Ted Kennedy nei loro tentativi di nomination e nello staff di Hillary Clinton in occasione delle primarie del disastro. Il discorso riassume quel filo di percettibile inquietudine che rovina i sonni dei sostenitori del senatore dell’Illinois, anche quando i numeri lo collocano a un’incollatura dal traguardo. Perché di fatto lo scenario presenta una ridda di fattori in favore del trionfo di Obama. La crisi economica, lo scontento anti-Bush, le difficoltà di McCain nel distanziarsi dall’amministrazione uscente, l’anagrafe del candidato repubblicano, il suo confuso posizionamento religioso, lo scetticismo che circonda Sarah Palin, la scarsa efficacia della campagna negativa a cui il ticket del Gop si è aggrappato, la relativa insofferenza del pubblico, lo svantaggio quanto a quattrini disponibili e, più d’ogni altra cosa, la sensazione che più che mai sia ora di cambiare aria alle stanze, che il passaggio di testimone sia cosa giusta, addirittura raccomandabile per riallineare gli arsenali teorici. Una sconfitta messa in conto dai conservatori, al punto da far pensare che la nomination di un onorato veterano a fine carriera come McCain equivalesse all’individuazione del buon perdente, lasciando strada all’annunciato ritorno della famiglia Clinton.

Poi il fenomeno-Obama ha assunto dimensioni impreviste, travolgendo previsioni ed emozioni dell’America 2008, scrivendo una memorabile parabola passionale e intrecciandosi a questo momento della storia nazionale, fatto di dubbio, incertezza, scontento. Una congiuntura che ha reso possibile  l’ascesa dell’afroamericano che solo in modo lieve viene percepito come tale, a riprova dei passi da gigante comunque mossi da questa società. E poi  il dispiegarsi della recente capacità programmatica di Obama, che storicizza il periodo “passionale”, quello lincolniano della “casa riunita”, e offre fondamenta attendibili alla sua proposta: quest’uomo nero non spaventa i bambini, i suoi piani sono comprensibili, se ne può parlare, anche se ultimamente tra gli avversari va di moda etichettarlo come socialista, comunista, cubano (e dire “socialista” nel vecchio gergo di Hoover equivale spesso a dire “nero e pericoloso” ).

Il fatto è che, nel suo finale questa elezione sta diventando una vicenda logica, col concorso degli eventi che parallelamente agitano la realtà, con la  tenuta del personaggio protagonista, con la relativa incoerenza degli avversari. Eppure, a dispetto dei sondaggi e del magic number a portata di mano, i timori non riescono a dissiparsi e l’inquietudine è in sospensione.

Già: se Obama non fosse nero. Se non esistesse un discorso evitato (o scompostamente evocato, come ha fatto John Lewis agitando il fantasma di George Wallace) sui pregiudizi razziali, e sulla riluttanza ad ammetterli, tanto più a un sondaggista. Se non ci fosse l’abitudine degli staff a calcolare  i residui di quel Bradley effect che nell’82 mandò sconfitto per il posto di governatore della California il sindaco di LA, contraddicendo i polls, perché un esercito di elettori diedero un’indicazione ingannevole sulle loro intenzioni di voto. Quale può essere, 26 anni dopo, l’influsso di un’ipocrisia del genere? Quanto peserà il 4 novembre? Nessuno sa dare risposte certe: nè i sondaggisti, nè gli indagatori del costume del Pew Institute: un prezzo ci sarà, potrebbe attestarsi pessimisticamente al 6 percento, oppure essere più leggero, sulla base delle contingenze che tutto sommato consiglieranno molti “resistenti” a privilegiare la leadership di Obama rispetto alle proprie avversioni razziali. Altrimenti che bisogno c’è di mascherarsi, basta votare per l’avversario, l’alternativa esiste, questo non è un referendum su Obama. Oppure sì - e la prospettiva è inquietante: perchè nella sana regola delle alternanze, l’avvento di un buon candidato democratico stavolta sembrerebbe naturale. Però manderebbe alla Casa Bianca un presidente che non somiglia agli altri effigiati sui dollari. E nessuno può offrire certezze al riguardo. Perchè Obama la vittoria Obama se l’è meritata. La sua campagna è stata magnificamente orchestrata da un esperto delle aspirazioni dei politici afroamericani come David Axelrod, stratega che ha saputo vendere numerosi candidati neri ad elettorati bianchi e che ha detto a Obama che il momento buono per la grande scommessa era il 2008, perché più tardi la congiuntura non sarebbe stata altrettanto favorevole. E ci sono un esercito di autorevoli supporter a garanzia, c’è la maggioranza dei giornali che lo sponsorizzano, c’è lo stato dell’arte nell’ottimizzazione di Internet come social network. Tutto previsto, organizzato, omogeneizzato, reso allettante e digeribile. Obama ha argomenti, mestiere e fascino. Allora perché continuare ad avere paura? Oppure la postmoderna paura è l’unica valvola di sfogo della sensazione che da qualche parte, nella società americana, esista ancora un ordigno inesploso, forse disinnescato dagli effetti del tempo, o forse ancora intatto e capace di produrre danni incalcolabili. In queste ore trema l’economia reale, ma trema anche la politica americana: se la sua curva di sviluppo dovesse impigliarsi in un irrazionale dato d’intolleranza, se l’idraulico Joe in effetti non avesse pubblicamente confessato il vero motivo della sua irritazione verso il candidato nero, se l’America condannasse Obama nascondendo la mano, s’aprirebbe una voragine drammatica. Non viene in mente nulla che questa voragine potrebbe riempirla in tempi brevi.
Le ultime notizie danno Obama che sta coreografando, in questo drammatico momento della corsa elettorale, una visita alla nonna malata alle Hawaii, abbandonando la campagna. In trasparenza s’intravede la nuova provocazione di Axelrod, che suona così: tutto ciò che andava fatto e detto è stato fatto e detto. Ora tocca all’America comprendere, scegliere e agire. Dopo aver fatto un profondo esame di coscienza.

Stefano Pistolini
Il Foglio

Joe Wurzelbacker
17 ottobre 2008   
Adesso che ha un nome e un cognome - Joe Wurzelbacker, di Toledo Ohio, da stanotte noto come Joe the Plummer, Gino l’idraulico – la sterminata America di mezzo, quella della brava gente che lavora, è leggermente più tranquilla, perfino un po’ più di buonumore, in questi tempi d’incertezza. L’invocazione reiterata, che nel corso dell’ultimo dibattito presidenziale prima McCain e poi Obama hanno rivolto all’uomo qualunque - che adesso ha una faccia e un’attitudine, e il tutto stereotipato ma descrittivo al punto da farne un successo istantaneo – dimostrano che i politici che si battono per il comando sanno perfettamente di chi si devono occupare, per evitare che il paese vada a rotoli.

Joe è diventata la star inattesa della politica Usa nel momento cruciale che coincide con la vigilia del voto per la Casa Bianca e con la scelta tra Trust e Change, tra il mandato di fiducia all’americano-vero John McCain e alla sua deriva liberista, e il rischio-Obama, con le progettualità del candidato democratico che pongono la sinergia Stato-cittadino al centro del ricambio di sistema. Joe di Toledo faceva già capolino da qualche giorno sui blog conservatori, emblema del grande dubbio a cui McCain fa spesso riferimento nei suoi ammiccamenti alla classe media, a quei milioni di “my friends” a cui parla sottovoce e in un codice da bancone del diner. Joe era l’omaccione calvo e robusto, sudato e sfrontato che il un filmato-tv si confrontava senza timori con Obama nel corso di un’apparizione pubblica del senatore, chiedendo chiarimenti sul suo piano fiscale in caso di sbarco alla Casa Bianca. Ebbene, nella sera dell’ultimo dibattito, McCain e Obama si sono litigati le attenzioni di Joe e della sua minuscola, gracile ditta di idraulica: chi è il suo vero amico? Chi lo proteggerà meglio? Chi fa in modo che il suo sogno diventi americanamente realtà? Il vero Joe, nel frattempo, era già stato individuato dai grandi media: Neil Cavuto di FoxNews l’ha invitato al suo show, e lì lui ha confessato che la conversazione con Obama non era stata per niente convincente, che il candidato democratico aveva provato a spiegargli che se il suo sogno diventava realtà, anche quello dei suoi dipendenti doveva avere lo stesso diritto, gli aveva parlato di ridistribuzione del benssere e questo alle sue orecchie era suonato come una specie di socialismo - e che diavolo ha a che fare il socialismo con gli Stati Uniti d’America? Alla fine ha confessato che neppure McCain gli sembrava granchè rassicurante e che se c’era qualcosa in cui non smetteva di credere, la sua autentica religione, era proprio l’American Dream, nonché il suo unico comandamento: “Datti da fare e avrai tutto ciò che vuoi”.

La Small Business Administration fa sapere che i Joe Wurzelbacker d’America sono sei milioni, piccoli imprenditori con bilancio annuale sotto i centomila dollari che utilizzano un numero ridottissimo di dipendenti e collaboratori, per aggiustare i tubi della cucina o per rifarti l’impianto elettrico. Una classe lavoratrice postindustriale che attinge a piene mani all’immigrazione clandestina e che alla fine abbraccia una ventina di milioni di nuclei familiari e svariate decine di milioni di potenziali elettori, iscrivibili alle liste di prima necessità sociale, se si guarda alla labilità della loro posizione e alle difficoltà che incontrano nell’accesso al credito e alle opportunità. Gente più vicina all’incubo che al sogno, gente che non aveva bisogno di sentirsi dire dai media che il tempo dello shopping spree è archiviato, gente che la crisi dei subprime non se la deve far spiegare perché ha già provveduto il funzionario di banca, gente che né Oprah, né Rush Limbaugh riesce a incanalare in un flusso d’opinione perché ormai ha cinicamente imparato a contivare il disprezzo della politica. Di gran lunga la migliore intenzione di Sarah Palin durante la sua fulminante parabola è stata l’invocazione di Joe SixPack, il connazionale pieno di preoccupazioni, indifferente alla grande informazione (ma sensibile alle cronache della contea), che oggi si sente stanco e spaventato per la sua famiglia. Ma sempre pronto a ripartire, perché l’energia non gli manca, sono le motivazioni a scarseggiare. Ieri, dando una faccia e perfino un’evidente traspirazione a Joe Wurzelbacker, McCain e Obama hanno convocato tutti i Joe d’America. Va restaurato il rapporto tra loro e Washington. Nessun rinvio consentito. Nel frattempo Joe stappa la birra, toglie il volume alla tv, guarda dalla finestra e decide a chi affidare il suo inestinguibile amore per quel posto, non fosse che da un po’ di tempo tutto va così storto. 

Stefano Pistolini
Il Foglio

La fine del sogno
13 ottobre 2008   
C’è stato un Washington, un Roosevelt, adesso può esserci un... Obama. Un pezzo d’America tiene il fiato sospeso, per vedere come va a finire. L’elezione del primo presidente nero ormai è più che possibile, e il personaggio-Obama porta con sè uno stile che l’associa al miglior concetto d’evoluzione culturale americana. E comunque ci si collochi politicamente, se Obama entrerà alla Casa Bianca, la nazione avrà sistemato uno dei conti aperti più spinosi con la Storia, riconnettendosi a quel progetto di “progresso americano“che il procedimento della schiavitù, e il conseguente choc socioculturale, avevano compromesso. La vittoria di Obama avrebbe un significato di “frontiera”, nel senso pionieristico del termine: qualsiasi giudizio si dia di lui politicamente, l’attuazione nei suoi confronti di una delega come la presidenza equivarrebbe a una riconciliazione, a un superamento, a una maturità dimostrata. Una magnificenza che dovrebbe far gioire, su base bipartisan, gli americani che hanno l’ardore di proclamarsi “veri”. Gli afroamericani, parte del progetto fin dalla fondazione, raggiungerebbero così una rappresentanza che dà voce alla giustizia e all’orgoglio, per continuare a marciare verso il destino manifesto, secondo le virtù di questo popolo e delle sue istituzioni, nel nome della  missione costituzionale e nella prospettiva di rimodellare il mondo a propria immagine.

Un quadro entusiasmante, non fosse che in coincidenza con la vigilia di questo potenziale evento, ne va in scena un altro, del tutto diverso: una crisi economica, uno tsunami finanziario di tali dimensioni da non permettere previsioni, ma da suggerire l’avvento - forse già operativo al di là della nostra consapevolezza - di un nuovo ordine geopolitico. Il tema è enorme, nucleo di un futuro dibattito che sconfinerà in una guerra culturale. Ma una contraddizione fin d’ora salta all’occhio: la restaurazione del sogno americano, a cui Obama ha ispirato la sua campagna elettorale - presentata come frutto di un’ispirazione: il desiderio di offrire a coloro che sono “figli” nell’America d’oggi, le stesse opportunità di successo di cui hanno disposto tante generazioni di padri - potrebbe essere una promessa impossibile, dal momento che l’America che si consegna a un Obama presidente non conterrebbe più in sè alcune prerogative indispensabili per concretizzare quel genere di sogno. L’interrogativo che ne discende, nelle due varianti possibili - ovvero visto dall’interno, dagli americani stessi, o dall’esterno - è drammatico, sconcertante, destabilizzante: siamo vicini al momento in cui sarà legittimo parlare di normalizzazione del ruolo planetario dell’America? Andrà in scena, nei primi decenni del XXi secolo, una retrocessione degli Stati Uniti dal posto di comando, in una condizione di gracilità e dubbio nella quale le dinamiche fondanti del paese andrebbero riviste, al punto da produrre sensazioni di caos, spaesamento e perfino sconfitta? E cosa può rappresentare, in questa nuova condizione a causa della quale i cittadini assaggeranno pessimismo se non panico, incertezza se non sconforto (qualcosa che ha precedenti nel ‘29, ma che adesso ha tinte più acri) cosa può significare l’eco di quell’eredità straordinaria infusa nella maggioranza degli americani, ovvero la fortuna d’essere nati qui, d’essere parte della città sulla collina, membri di una comunità che si credeva virtuosa e si scopre fallace? Quali destabilizzazioni erediterebbe l’americano nuovo che sedesse alla Casa Bianca? Thomas Paine nel 1776 scriveva: “ È in nostro potere ricominciare il mondo da capo”. Lincoln e i suoi successori hanno blindato il fattore divino - in terra - dell’americanità.



Ma Obama può essere, fatalmente, l’uomo destinato non a segnare l’inizio di una rinascita, ma la fine di un’illusione. Il jeffersoniano "impero per la libertà" del grande Occidente, una volta che la crisi avrà consumato i suoi incendi, s’interrogherà sulla  caducità delle proprie meccaniche, sull’ingannevolezza dei suoi obiettivi, sulla fragilità delle fondamenta. Il meltdown, il declino della potenza americana, lo spreco delle occasioni, la pressione dei nuovi equilibri, la programmazione di un simile disastro, sono corredo del passaggio di testimone tra Bush e il successore. Se costui sarà Obama, l’uomo dei sogni e il cantore della “casa riunita”, il sapore della beffa per tanti - coloro sensibili proprio alla “teoria” dell’opportunità americana - sarà insopportabile, e aprirà una crisi questa volta tutta spirituale. Se la conseguenza, poi, sarà il riaffiorare d’uno splendido isolamento o un ripensamento radicale del sistema d’oltre Atlantico, è uno degli interrogativi più spericolati e splendidi oggi in circolo.

Stefano Pistolini
Il Foglio

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