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Rischi Pennsylvania
24 ottobre 2008   

Alla fine non è possibile stabilire se si tratti di superstizione o di analisi. Di fatto, a 10 giorni dal voto, coi sondaggi che, per quanto oscillino in modo dispettoso, continuano ad attestare una situazione favorevole, coi carpentieri che al Grant Park di Chicago montano le strutture del party che vuole essere memorabile, con gli argomenti che sembrano esauriti e i posizionamenti definiti, in assenza di un dirompente fattore di novità - non bastano le telefonate fatte da un computer o gli spot che strombazzano “siamo tutti Joe the Plummer” - insomma sotto un cielo sorridente e con prospettive luminose, sono tanti i democratici in preda a un mugolante nervosismo che evoca sventure, la percezione che i giochi ancora non siano chiusi e che la cocente delusione sia pronta a sbriciolare il piano studiato puntigliosamente da David Axelrod per Barack Obama. Adesso, poi, si è anche individuato il luogo del delitto, il buco nello steccato, la vite allentata nella serratura della stalla da cui i buoi del Gop scapperanno ridendo: Pennsylvania, 21 voti elettorali, gli ultimi vent’anni nella mani dei democratici, Kerry incluso, apparentemente addirittura in doppia cifra di vantaggio per Obama, con oltre un milione di voti in più assegnati dai polls.

Una battaglia vinta, non fosse che la gente di McCain proprio da quelle parti sente l’odore del sangue, e non a caso il senatore dell’Arizona viene tenuto lì, a consumare comizi e a spremere promesse, perché forse uno spiraglio si vede e se si prendesse la Pennsylvania sarebbero parecchi gli Stati che si potrebbero concedere ai democratici, tenendo viva la speranza di vincere, alla fine, l’elezione. E il discorso deve avere una sua attendibilità, se i democratici, ascoltandolo, si rabbuiano, ricordano che nessuno come loro sa suicidarsi politicamente (l’ha detto lo stesso Obama al concerto di Springsteen a NY: “Non sottovalutiamo la nostra capacità di fare cacchiate”). Già, ma perché proprio la Pensylvania? Prima di tutto perché è il posto migliore dove applicare l’avviso recentemente proposto dal politilogo Michael Barone: “Vale la pena notare che solo circa la metà degli americani a cui si chiede di fornire la propria indicazione di voto a un exit poll, accetti di farlo. E viene da pensare che gli entusiastici elettori di Obama siano assai numerosi tra coloro che volentieri accettano di compilare la scheda per un sondaggista”. Osservazione plausibile se proiettata sugli scenari guardinghi delle aree remote di questo Stato, e che si traduce nell’invito a prendere con le molle i numeri troppo clamorosi. Perchè la Pennsylvania è anche lo Stato che ha catalizzato alcuni importanti problemi di comunicazione del candidato Obama con l’elettorato.

E’ qui che Barack ha commesso la peggiore gaffe della sua campagna, identificando la base operaia dello Stato con una moltitudine scontenta e troppo innamorata di Dio e delle pistole. E’ qui che il venerabile veterano John Murtha, democratico col vezzo di spararle grosse (anche Biden arriva da qua: segno che il machismo del discorso va per la maggiore tra i politici dello Stato), almeno un paio di volte ha provato maldestramente a proteggere Obama, in sostanza dando a sua volta  dei “razzisti” agli indigeni. E’ qui che personalità come Rick Santorum e Arlen Specter godono di formidabile popolarità e d’una capacità di connessione con la base di cui McCain non ha approfittato abbastanza - ma forse non è ancora troppo tardi. E’ qui che lo snobismo harvardiano di Obama può tornare a diventare un argomento devastante, anche all’ultimo momento, se efficacemente denunciato in sinergia con argomenti semplici e tangibili, tipo la prospettiva di ridar vita alla locale, gloriosa, oggi smunta industria manufatturiera. E qui che lavorando di spot televisivi cattivi e aggressivi, nonché di promesse allettanti, si possono provocare sospirati voltafaccia dell’ultim’ora.

E’ qui che Obama potrebbe perdere voti guadagnati senza troppa convinzione, magari sottovalutando gli effetti di quell’appello religioso che nelle zone rurali dello Stato potrebbe ancora fare il miracolo. Ci sono precedenti: basta consultare gli annuari politici per vedere come in Pennsylvania le cose cambino drammaticamente anche all’ultimo momento. I democratici lo sanno, e non si fidano. Anche Obama, che qui solo ultimamente - allorché ha chiarito i suoi argomenti e ha di molto alleggerito l’impatto retorico dei suoi discorsi - ha cominciato a raccogliere tangibili successi, anche Obama sente l’importanza di questa pr
ova e le insidie che nasconde. Che poi, in certa misura, tornano a intrecciarsi con l’incognita-razza, col peso segretamente destabilizzante che il colore della sua pelle può (o non può) avere il giorno delle urne. La consapevolezza del candidato democratico di fronte a questo scenario s’intravede anche andando indietro di 8 mesi, al marzo scorso. Allorché, inchiodato alle sue responsabilità in quanto amico e seguace del reverendo Jeremiah Wright, per vent’anni pastore della sua famiglia nel South Side di Chicago, Obama,  per pronunciare il miglior discorso della campagna, quello in cui chiedeva agli americani di sentirsi orgogliosamente un popolo adulto e di confrontarsi con la macchia del razzismo, scelse proprio Philadelphia. Che è una metropoli dalla complicata composizione sociale, stratificata, strana. Un vero “melting pot” come si diceva anni addietro. Cose nelle quali Obama si specchia, di cui è lui stesso il prodotto: il minestrone multiculturale della vecchia costa orientale. Dal quale, a un passo dal traguardo, Obama si augura di non essere tradito. Malgrado gli insinuanti sospetti nei suoi confronti, che potrebbero ancora spuntare dalle zone più rognose di questo Stato.

Stefano Pistolini
Il Foglio

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